di Fabiola Sguassero

Dedicato alla terra
che mi guarisce

Da sempre mi piacciono i fiori, nei vasi riempiti di terra, non di acqua. I fiori nella terra sono destinati a rinascere mille e mille volte dopo di me. Le gerbere che ho portato sono l’unico omaggio floreale; a fianco dello scagnut [sgabello], fanno bella figura.
“Cocâl, tu meteras ancje tu lis lidrîs, tu viodaras ben che le smanie di svolà ti passe! ” [Gabbiano/sciocca, metterai le radici anche tu, vedrai come ti passa la voglia di svolazzare!] mi ripeteva Le Mari fino a un paio di estati fa, durante le mie sporadiche visite alla mia montagna d’origine, sempre più rare, da quando avevo scoperto che mi piaceva il mare.
Cocâl, e non capivo dove il suo sorridere benevolo alle mie ali di fuggitiva sfumasse nella presa in giro alla mia immaturità, al mio folle irrazionale sbrigarmi per diventare donna in fretta e possibilmente bella.

“Mangitu ben, sì, a Triest? ” [mangi bene a Trieste?] e metteva in tavola vino rosso e salame e grissini, alle dieci e mezza di mattina.
“Sì.”
“Ti fatu di bessole?" [cucini da sola?]
“Sì, Mari.”
“Brave.”

Le Mari contava un’ottantina d’anni e una quindicina di nipoti, era la vecchia più vecchia di quel spigoloso fazzoletto di terra, forse più anziana della terra stessa. Eppure, sempre era rimasta Le Mari: la Madre. Grassa e gonfia come una giumenta, sembrava perennemente incinta, pronta a dare alla luce un gigante e ad allattarlo da lì all’eternità. C’era del miracolo nella sua risorgiva di sempreverde fertilità. Certo la durezza degli inverni e il peso della gerla le avevano intaccato le giunture, le sofferenze e le linee dei pensieri gravi erano rimaste incise sulla fronte, eppure conservava una particolare morbidezza nel tocco, una speciale soavità nello sguardo e in tutti i gesti con cui usava amare il prossimo.

[“Mari, andiamo per funghi.”
“Nin, nin, prime ch’al vegni su il caligo.” [andiamo, andiamo, prima che venga il caldo], si sfrega le mani sul grembiule scuro e ride, riempiendosi di allegria le rughe.
Usciamo di casa e prendiamo la via del bosco. Procediamo lentamente, godendo della timida luce del sole e dei vapori odorosi della vegetazione piomba di rugiada. I nostri piedi scricchiolano di pari passo sulla ghiaia fine del sentiero.]

Pensare che molti anni prima, quando scorgevamo Le Mari in lontananza, noi bimbi di allora si andava a nascondersi e la si spiava dall’alto delle forcelle dei rami, o tra le assi degli steccati, per osservare la regina delle ombre senza finire nella cosse [gerla]. I ragazzi più grandi, quelli capaci di arrampicarsi sugli alberi, giuravano che teneva i capelli scriminati secondo una linea che era tale e quale il corso del fiume e scommettevano che se si fosse cambiata pettinatura, anche la geografia si sarebbe modificata.
Capitò all’età di sei anni che, nella cosse, mi ci infilò sul serio. Il pendio non era ripido, ma il ruzzolone talmente scomposto che riuscii ad ammaccarmi comunque. Stramazzai malamente sotto una pioggia di originali coriandoli. La caviglia era livida e mi pulsava forte e mi salirono le lacrime agli occhi; singhiozzai quando mi accorsi che un’ora di raccolta di finferli era andata sprecata; cominciai a piangere a dirotto quando vidi Le Mari venire verso di me.
["Ce brute colade, fie, fami viodi”  [che brutta caduta, piccola, fammi vedere], insiste, e io troppo spaventata anche per tentare una zoppicante fuga.
“Ten chi il to amì, intant che ti medei” [tieni il tuo amico, intanto che ti medico] e mi porge in mano un fazzoletto con un uccellino dall’ala rotta. L’aveva fasciata con stecco e garza. La guardo di soppiatto e sulla sua faccia non c’è traccia di strani porri, peli sospetti o occhi di fuoco; no, non può essere una strega. Per di più cura gli uccellini. “Zovins, e za duc rots!” [giovani, e già tutti rotti!], ride. “Ma guarisce?” “Orpo! Cun te, prest. Nin cumò che ti meni dai nonos.” [sicuro, con te presto. Andiamo adesso che ti porto dai nonni].
“Ce mut lu clamitu?" [come lo chiami?], mi chiede mentre oscillo ai suoi passi nell’inusuale mezzo di trasporto. “Fortunello!”]

Mi siedo sullo sgabello e sgrano il rosario. Non che io preghi, non lo faccio più da… non lo faccio più.

[" E duarmitu le gnot?” [e dormi la notte?]
“Insomma.”
“Tu as di durmì, se no tu flapis, biele.” [devi dormire la notte, senno appassisci, bella]
“Hmm.”
“Ditu une Ave Marie le sere?” [dici un’Ave Maria la sera?]
“No.”
“Tache, cjape il me rosari.” [comincia, prendi il mio rosario]
“Ma Mari…”
“Cjape ca!” [prendi!]
“Po ben.”
Sedute sulla panchina in legno grezzo davanti alla casa, mi spiega quando si deve recitare cosa. Poi osserva taciturna i gerani e le bocche di leone, nate spontanee e cresciute sempre più numerose. Batte con le ciabatte il terreno molle.
“Eh sì, frute, je tiare buine par nassi, par cressi, e sarà buine ancje par polsà.” [eh sì, bambina, è terra buona per nascere, per crescere, sarà buona anche per riposare]
Ha le nuvole negli occhi.]

Batto col piede il terreno molle: sì, è buona per riposare, Mari. Lo sai bene tu che hai voluto sistemare uno sgabello al posto della lapide, perché potesse riposare il viandante e contemplare quella che oggi è una generosa aiuola. Così come è buona per crescere: lo so bene io, grassa e gonfia come una giumenta, che mi puntello sullo scagnut per alzare me e la mia pancia di otto mesi e mezzo e che conosco l’amore per il quale vale la pena mettere lis lidrîs, in ta le tiare buine, buine par falu nassi [le radici, nella terra buona, buona per farlo nascere].

Mille e mille volte dopo di me,
attraverso me.




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L'AUTRICE

Fabiola Sguassero, 21 anni, è laureanda in Lingue e Letterature e Culture Straniere Moderne presso l'Ateneo triestino.
Nutre uno smodato gusto nello scrivere e un fervido interesse per l'arte di qualsivoglia genere, specie quella del viver bene.

mauve_lilac@yahoo.it

 

 

© 2007 Testo originale di Fabiola Sguassero

Qualsiasi riproduzione, senza esplicito consenso dell'autrice, è vietata.

Pubblicato su www.ilcalderonemagico.it il 27 maggio 2007

 

Se ti piacciono le curiose corrispondenze leggi anche la pagina della Dea
Mari della Terra e delle Tempeste

 




Immagine
: Raices di Frida Kalho, tratta da http://www.pigazo.es/blog










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