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Orghia sacra a Dioniso
di Gabriele La Porta 

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Anteo, figlio di Ippomene, della famiglia degli Ippia, assiste nel V secolo a C. in Tracia, ad un rito dionisiaco. Cosa accade a questo fanciullo quando, abbandonati i panni dello spettatore, si lascia coinvolgere emotivamente nella cerimonia?

Il fiume Marica scorre lento con le sue acque blu. La notte priva di luna avvolge con le sue oscurità tutte le campagne intorno alla città di Manole, lente le  cime delle querce millenarie e dei pini eterni si muovono ondeggiando. Tutto è silenzioso, solo l’imperscrutabile respiro della natura si propaga per le selve e lungo i fianchi del monte “senza nome”. Poi, improvvise, compaiono le torce alle pendici del monte e il cuore batte furiosamente nel petto di Anteo, che festeggia 16 anni.

Ha ragione il ragazzo ad emozionarsi, dopo sei anni, dopo sei estati passate con gli zii materni in questa parte sud occidentale della Tracia, finalmente il grande Sitalce, alto quasi due, metri, marito della sorella della madre di Anteo, ha permesso al ragazzo di assistere alle sacre cerimonie del “figlio di dio".
«Sei certo che non ti spaventerai? Sei sicuro che non cadrai in lacrime come tutti i tuoi compatrioti ateniesi quando vedete cerimonie che non capite? Sei convinto di poter resistere alla notte divina? Sei preparato a tutte le possibili manifestazioni del dio furente?»

A tutte le domande dello zio Anteo si è affrettato a rispondere sempre affermativamente. Forse il suo entusiasmo, la sua gioia, la sua profonda curiosità hanno convinto Sitalce a condurre il suo giovane parente alla cerimonia "del buio" sui monti, anche se nella mente dell'uomo c'è sempre il dubbio che Anteo possa spaventarsi.

Gli ateniesi e i greci non sono preparati ai grandi riti, loro che hanno cristallizzato le cerimonie religiose in offici privi di emozioni; loro che hanno relegato i riti della terra nera in vuoti inni serali e in sciocche filastrocche cantate al tramonto dalle vecchie megere prive di senno. Ma questo ragazzo sembra così diverso agli occhi del guerriero trace, c'è in lui un'impulsività, una forza, una capacità di intuizione che non sono tipiche degli spocchiosi ellenici. Per questo ha accettato le preghiere di sua moglie Berisade e l'ha ospitato per tanti anni ad agosto nella sua casa. Sì, quel sedicenne gli è simpatico, sarà che ha avuto cinque figlie femmine e nessun maschio, sarà per quegli occhi troppo azzurri per essere normali, ma l'uomo d'arme trace si è convinto a portarlo alla "festa danzante".

Dunque il cuore sta correndo nel torace del giovane greco, perché nel buio e nel silenzio assoluto le fiamme hanno squarciato la notte e un rumore sordo si sta propagando "con oppressione tremenda" lungo la terra, attraverso le piante, i fiori, le zolle. Sono centinaia le persone che stanno avanzando verso il monte con fiaccole in mano. Le torce sono state trattate con misure di alcool di miele e ginepro; un profumo acre, penetrante si diffonde nell'aria e inebria i partecipanti.
Due file parallele di persone marciano verso la sommità del monte, sono tutti vestiti di bianco, senza alcuna distinzione sociale o politica. Il greco si inserisce tra di loro ad un cenno di Sitalce, che già si trova all'interno della "processione" a cui partecipano tutti gli abitanti di Manole.

Anteo sa benissimo che non deve riconoscere nessuno di quelli che gli sono vicini. «La cerimonia è collettiva - gli ha spiegato Berisade - però ciascuno cercherà all'interno di se stesso una presenza, un segno della divinità. So che adesso non puoi capire, ma poi comprenderai tutto perfettamente». In effetti ad Atene Fedro, uno degli allievi dell'Accademia, gli aveva favoleggiato delle cerimonie notturne dei Traci e ancora più spesso gli aveva invidiato la possibilità di recarsi nella regione dove «avvenivano - secondo le parole del seguace di Platone - dei riti sconvolgenti».
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Con le narici piene dell'afrore del profumo emanato dalle fiaccole, con l'animo agitato, con i sensi tesi a percepire ogni fatto, il giovane sta marciando lungo le pendici del monte da circa mezz'ora quando avverte come un movimento sotto i suoi piedi, all'interno del terreno. Quasi dei sussulti. Contemporaneamente dal suolo proviene un rumore sordo. È una musica profonda, cupa, penetrante, come se dei cimbali di bronzo venissero suonati all'interno della montagna. Mentre sta pensando «ma come fanno a produrre questi suoni?», un urlo di donna si leva altissimo nella notte.

AI primo fanno seguito due, tre, mille grida femminili e immediatamente tutti i partecipanti si sparpagliano e cominciano a correre a perdifiato verso la sommità della montagna. Anche lui comincia ad andare a perdifiato, senza guardare nulla davanti a se. Rami, felci, arbusti lo ostacolano, lo graffiano, ma non gli impediscono di proseguire. Si arresta un attimo e si accorge che le grida si sono moltiplicate, mentre tamburi echeggiano per ogni dove, sono dei veri rombi di tuono che si inseguono nella foresta.
«Ad un certo momento la montagna canterà», gli era stato detto, e quei suoni sono davvero troppo potenti per essere creati dai musici. Fossero anche in diecimila non riuscirebbero a creare un effetto così titanico.

Di slancio supera un cespuglio, si fa largo tra un ginepraio di arbusti e piomba in una radura. Si paralizza.
Una ventina di donne stanno danzando in tondo. al centro un uomo  che suona il flauto, le note penetranti si insinuano nel cervello. Il tuono esterno agisce sul corpo, lo strumento a fiato sulla mente. Due forze prepotenti che obbligano il greco ad avvicinarsi alle danzanti, ma prima di essere visto un sesto senso avverte il giovane di nascondersi, di osservare senza essere notato.

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In quel momento il cerchio si apre e all’interno viene introdotta una donna che zoppica. Anteo la riconosce subito, è Polimnia, la vicina di casa dei suoi zii. Si è rotta la gamba otto mesi fa e da allora non riesce più a camminare. La musica esterna si fa più assordante, mentre il flauto si incunea con una energia sensuale e lasciva in ogni fibra del cervello. n cerchio danzante si fa vorticoso, veloce, estenuante. All'interno la donna affetta da zoppìa si getta in terra in preda a convulsi. L 'uomo con il flauto le è sopra e le insuffla le note a pochi millimetri dalle orecchie.

Un grido, altissimo, lacerante, sconvolgente. La claudicante si alza di scatto urlando, subito le fanno eco tutte le altre. Poi comincia a ballare. Non ha più difficoltà, le gambe procedono perfettamente, è guarita.
Muovendosi con uno slancio quasi incredibile per un essere umano si getta contro una roccia dopo aver saltato con un balzo il cerchio delle partecipanti al rito. Colpisce con la mano la pietra che si rompe e immediatamente fuoriesce un liquido bianco, simile al latte.

Tutti si precipitano a bere. «Ma non è possibile»
riflette Anteo, e sono le ultime parole logiche che la sua mente riesce a pensare. Perché una tempesta emotiva lo costringe ad uscire allo scoperto e a ristorarsi alla fonte creata dal nulla. È latte e miele; una delizia indescrivibile gli scende lungo le viscere, lo invade cellula dopo cellula in tutto il corpo. Lo inebria. Una felicità senza nome occupa ogni spazio della sua mente.

Deve correre. A perdifiato avanza nella foresta, mentre dalla sua gola escono canzoni inconsapevoli. Procede per chilometri, senza pause, ebbro. Improvvisamente Anteo si rende conto che una grossa ombra nera sta correndo al suo fianco. Ma non prova paura, si gira per osservare e vede un grosso toro nero, con le narici in fiamme.
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Senza sapere perché il giovane pensa «È giunto il momento, ecco, sono pronto».
Nel medesimo istante la bestia gli è sopra, ma Anteo non prova alcun timore, anzi una gioia sconfinata gli agita le membra. Si rialza. L'animale è sparito. Riprende a correre, ma con una velocità inaudita. Stupefatto della sua stessa forza si guarda. Non ha più braccia e gambe, ha enormi zampe nere e un corpo massiccio, è diventato un toro. In quell'istante il suo cervello si paralizza dallo stupore, ma è questione di un secondo, perché dall'interno, una voce sublime gli detta: «Calmati, sono io, il tuo signore, il figlio di Dio, sono Zagreus».

Così Anteo, figlio di Ippomene, della famiglia degli Ippia, conobbe l'estasi nel V secolo avanti Cristo, in Tracia.
Là dove ha avuto origine il rituale sacro di Zagreo, ovvero Zeusnysos, ovvero giovinetto di Zeus, figlio di Zeus, in greco Dioniso.
Forse la divinità più straordinaria mai scaturita dal genio creativo dei popoli (1).


Dioniso, l' ambiguo


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Gli studi di Erwin Rohde (Psiche) hanno dimostrato alla fine del 1800 che il culto dionisiaco ha avuto origine in Tracia sotto le forme di una possessione collettiva che dava luogo a manifestazioni di estasi, di mantica, di guarigioni. Sono state però le ricerche del filosofo Giorgio Colli, a distanza di 80 anni, ad aver illuminato tutte le caratteristiche complessive di questa divinità.


Con un esame filologico ineccepibile e con uno studio comparato di tutti i miti e di tutte le fonti, Colli ha illuminato, nei volumi La sapienza Greca, tutte le valenze di Dioniso.
Questo dio si manifesta sulla terra sotto varie forme. La più antica è quella del Minotauro, il mostro cretese che viene ucciso da Teseo con l'aiuto di Arianna.html">Arianna all'interno del labirinto.

Dioniso è però anche un  gentile fanciullo dai riccioli biondi e contemporaneamente un bellissimo uomo che incanta le donne e le trascina all’estasi. Più facce di una stessa medaglia che continuamente si inseguono in un crogiuolo di significati.
La mente razionale dell’uomo contemporaneo è impotente a comprendere tutti i sensi iniziatici racchiusi all’interno di questo dio. E’ come se gli antichi padri della “sapienza  prisca” avessero tramandato un gigantesco rebus dalle insondabili profondità.
Cerchiamo di esaminare questo “rompicapo celeste”, così come è stato definito dal filosofo Bachofen
 


Il mito e il suo mistero iniziatico

Pasifae
, signora di Creta, è colta da una passione incontrollabile nei confronti del toro sacro.
Per potersi unire con lui si fa costruire dall’architetto Dedalo un simulacro igneo di una vacca. La regina si introduce all’interno e riesce ad accoppiarsi con l’animale. Dall’unione nasce il terribile Minotauro, metà uomo e metà toro. Il “mostro” si nutre di vergini e per bloccare in qualche modo la sua fame in saziabile viene introdotto con uno stratagemma all’interno del labirinto.
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Lì lo ucciderà Teseo, l’eroe straniero, che è riuscito a giungere negli inestricabili cunicoli grazie ad Arianna, sorella dello stesso Minotauro.

L’uccisore e la principessa, dopo aver eliminato la “bestia” fuggono su una nave. Ma dall'alto dei cieli sono scorti da Artemide, anche lei sorella del Minotauro, che per vendicare il fratello scocca una freccia infallibile e uccide Arianna. Teseo torna solo in patria e appena giunto a terra compie una danza di ringraziamento. Fin qui il mito sembra perfettamente comprensibile. Ma ecco che gli studi filologici di Colli aprono insospettabili complessità. Infatti il nome Minotauro può essere tradotto anche in "Stellante" ed Arianna in "Colei che fa assumere in cielo ".
La freccia che la uccide significa "pensiero folgorante". Inoltre la danza che compie Teseo è "quella della gru", ovvero "danza del labirinto", o anche "ballo dell'estasi". In questa nuova chiave il mito significa che grazie ad Arianna il Minotauro è assunto in cielo e la ricompensa per la donna è il pensiero intuitivo.
Teseo celebra l'avvenimento con un rito estatico che permette all'uomo-eroe di concepire in se alcuni aspetti del divino.

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Ma non è finita. Perché come abbiamo già detto Dioniso è rappresentato anche come fanciullo leggiadro ed innocuo. Ed invece anche in questo caso si cela l'ambiguità. Perché secondo Euripide quel bimbetto attira gli uomini all'interno del cerchio delle baccanti e gli cinge il collo con un filo d'oro. Presi dal ballo rituale gli incauti non si avvedono che finiscono con lo strozzarsi con il loro stesso movimento. Sotto sembiante innocente il dio rivela atrocità impensabili. Come il rovescio della medaglia delle storie del Minotauro.

C'è anche dell'altro. Dioniso è descritto dai sapienti come “colui che si guarda allo specchio”., ma l'immagine riflessa non è quella del dio, bensì del mondo degli uomini. Questo vuol dire che il creato è apparenza, ombra, dell'eterno'...

Per concludere, ecco l'ultimo momento del puzzle sapienziale. Il labirinto può essere tradotto anche come "enigma", "nodo da sciogliere", "problema". Quindi l'uomo che riesce a risolvere l'enigma scopre che il mondo è apparenza e che l'unica realtà è la sostanzialità di dio. Ma per arrivare a questo deve abbandonarsi all'estasi che può essere raggiunta mediante la danza bacchica. Gli antichi padri della conoscenza hanno dunque gettato attraverso i millenni i loro enigmi affinché  generazioni successive di uomini si cimentassero con la propria intelligenza e tentassero di capire i "reconditi segni".
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Qui abbiamo riportato spiegazioni che sono costate vite intere di ricerche e forse è proprio questa la spiegazione. Forse.

Perché Platone ha anche tramandato nella VII lettera che «nessun sapiente affiderebbe alla scrittura nulla di veramente importante». Ultimo inquietante interrogativo che deve servirci ad ulteriori riflessioni. Anche perché Platone per esprimere questo concetto contro la scrittura adopera proprio la scrittura!
  
 
Note
 
(1) Nel descrivere in forma narrata il rito iniziatico ci si è basati su Erwin Rohde, Psiche edizioni Laterza, vol. II, da pag. 338 a pag. 459; su Giorgio Colli La nascita della filosofia, ed Adelphi, pag. 41-6°; su Giorgio Colli La sapienza greca,  introduzione al vol. I.

Interamente tratto da http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=8421

IMMAGINI
http://www.mlahanas.de:Greeks:Mythology:DionysosAriadneBM311.html
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http://www.mlahanas.de:Greeks:Mythology:Dionysus.html
http://www.scattieparole.it:index.php?mode=viewid&post_id=465
http://www.tempiodellaninfa.net
http://www.twistedtree.org.uk:dionysus_as_bull.jpg
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